ROMA — Nella Sala 4 si è svolto il laboratorio “Le persone che vivono nei piccoli Comuni: esigenze e prospettive”, aperto da Francesco Morra, presidente facente funzione di ANCI Campania e sindaco di Pellezzano. I lavori sono stati coordinati da Francesco Minchillo, task manager del progetto P.I.C.C.O.L.I., con relazione introduttiva a cura di Lara Panfili, responsabile della Direzione strategica ANCI.
Nella sessione “La parola ai sindaci” sono intervenuti Gianfranco Calabria, Vice Capo Area Legislativa di Coldiretti, Massimo Formichella, dirigente di INPS, Pierciro Galeone, direttore di IFEL, Paolo Gencarelli, responsabile della Funzione Immobiliare di Poste Italiane, Matteo Mazziotta, responsabile della Direzione centrale per le statistiche sociali e il territorio di ISTAT, Estella Pancaldi, responsabile Promozione alla Pubblica Amministrazione del GSE, Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, Paolo Testa, responsabile Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio.
Secondo il dossier Anci (scarica la versione integrale) oltre il 57% dei residenti nei piccoli Comuni vive in realtà con meno di 3.000 abitanti; più di 1 milione di persone risiede in Comuni sotto i 1.000 abitanti, dove le condizioni di fragilità demografica e organizzativa risultano più accentuate.
Il peso dei piccoli Comuni varia significativamente da regione a regione: in Valle d’Aosta il 73 per cento della popolazione vive in piccoli centri, in Molise il 51,9%, in Trentino-Alto Adige il 40,9 per cento. In termini assoluti, Lombardia e Piemonte concentrano insieme oltre 3,3 milioni di residenti nei piccoli Comuni. All’opposto, l’incidenza è più contenuta in Puglia (5,6 per cento), Toscana (7,4), Lazio ed Emilia-Romagna (7,6).
Fragilità non uniforme: oltre 1,4 milioni esposti a rischi elevati
La condizione di “piccolo Comune” non coincide automaticamente con quella di fragilità, ma i dati mostrano criticità rilevanti. Sono 867 i piccoli Comuni (15,7 per cento del totale) classificati con livelli massimi o molto alti di fragilità secondo l’Indice di Fragilità Comunale Istat. In questi territori vivono oltre 1,4 milioni di persone, con una concentrazione significativa nel Mezzogiorno e in alcune aree del Centro Italia. Sul piano territoriale, i piccoli Comuni presentano una quota media di superficie a rischio frane pari al 10,3 per cento, oltre il doppio rispetto ai Comuni di dimensione maggiore. Anche l’accessibilità ai servizi essenziali – sanità, istruzione, mobilità – rappresenta uno dei principali fattori distintivi, legato alla distanza dai poli di offerta e alla dispersione insediativa.
Capitale naturale e responsabilità ambientale
Accanto alle fragilità, emergono elementi di forza strutturale. Nei piccoli Comuni: il consumo di suolo è nettamente più basso (6,6 per cento contro una media nazionale del 10 per cento); la quota di aree protette è più elevata (18,5 per cento); si concentra circa il 47 per cento della potenza nazionale installata da fonti rinnovabili (34.721 MW su 74.303 MW); è custodito il 93 per cento delle specialità alimentari tipiche italiane. I piccoli Comuni rappresentano dunque una componente decisiva del capitale naturale ed energetico del Paese.
Demografia e capitale umano: le criticità strutturali
Sul fronte demografico, l’indice di dipendenza è elevato (69,9 per cento), segno di un forte invecchiamento e di una ridotta base attiva. Più marcata è la debolezza del capitale umano: il 36,9 per cento della popolazione tra 25 e 64 anni possiede un titolo di studio non superiore alla scuola media, quota più alta rispetto ai Comuni maggiori. Il tasso di occupazione (65,6 per cento) è tuttavia in linea con la media nazionale. Anche sul piano migratorio il quadro è articolato: l’incidenza delle migrazioni nette nei piccoli Comuni è lievemente positiva (+1,1 per mille), e in quasi un piccolo Comune su due il saldo migratorio interno è positivo. Nel 38,7% dei casi il saldo totale della popolazione risulta positivo, a dimostrazione che lo spopolamento non è un destino inevitabile né uniforme.
Sistema produttivo: non meno imprese, ma più fragili
La densità delle unità locali di industria e servizi è allineata a quella delle altre fasce dimensionali. La fragilità emerge invece nella qualità del tessuto produttivo: nei piccoli Comuni è più alta la quota di addetti impiegati in unità a bassa produttività (11,2 per cento), segno di imprese mediamente più piccole, meno innovative e con minore capacità di generare valore.
Benessere percepito: relazioni e qualità della vita come fattori di tenuta
Nonostante le criticità strutturali, i livelli di soddisfazione per la vita nei piccoli Comuni risultano in linea o superiori alla media nazionale per relazioni familiari e amicali, lavoro, tempo libero e vita complessiva. Fragilità strutturali e benessere percepito convivono negli stessi territori. È questa la questione centrale per le politiche pubbliche: rafforzare ciò che già funziona – coesione sociale, qualità ambientale, attrattività – e intervenire sulle debolezze strutturali, a partire da accessibilità ai servizi, capitale umano e capacità amministrativa.
I piccoli Comuni non sono una periferia del sistema Paese, ma una sua componente strategica. Le politiche nazionali devono riconoscerne il peso demografico, territoriale ed energetico, assumendoli come leva per uno sviluppo equilibrato e sostenibile dell’Italia.